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DIETRO LE QUINTE: POLPETTE A CENIGA


Una giornata meravigliosa, il vento da Nord taglia e congela le guance, il sole comincia a fare capolino da dietro il monte Stivo illuminando le pareti di fronte e poi, più avanti nella mattinata, Ceniga. Usciamo tutti e tre insieme, come una squadra, come sempre.

Aran davanti, io e Simo dietro, ridendo e salutando tutti quelli che incontriamo.

Il nostro paesino sembra cambiare identità ogni anno almeno 4 volte, come le stagioni. Certe volte, passeggiando sull'argine della Sarca in inverno, sembra di non riuscire ad immaginare le code infinite di camper e biciclette con cui sappiamo convivere in estate.

Poi il rumore va in letargo, così come gli orsi del Trentino, anche Ceniga si addormenta.


Dopo la vendemmia, i campi lungo il fiume rimangono quasi sempre deserti e silenziosi, se non per qualcuno che sceglie queste campagne per la passeggiata quotidiana con il proprio cane.

Camminando mi guardo intorno.

Mi auguro che non ci impediscano mai di passeggiare in questi campi e che qui da noi non arrivino mai i recinti. Questo è il lato più bello della nostra comunità: la condivisione degli spazi.

C'è un'atmosfera intima, tra i vigneti, i meleti, le piantagioni di Kiwi (anche se queste, di solito, sono recintate).

Siamo solo noi, ci conosciamo, conosciamo gli orari degli altri proprietari, i percorsi, i tragitti.

I cani si conoscono tra di loro e alle volte si incrociano senza più fermarsi a "dialogare" con gli odori. I pochi contadini che lavorano la terra in Gennaio ci guardano, salutano con la testa. Sanno perfettamente chi siamo, chi sono i nostri cani e quanto ci soffermeremo.

C'è la piccola Luna, una Jack Russel che odia gli spari dei cacciatori e ama pescare i sassi.

C'è Aby, così incredibilmente allineata con la sua proprietaria che è un piacere guardarle allontanarsi insieme, mentre passeggiano alla stessa velocità. Le adoro.

Poi ci sono tutti gli scapestrati, i miei preferiti.

C'è Mia, l'Amstaffina che saltella sempre sulle zampe posteriori per raggiungere Aran, il quale, schifato dalla sua allegria, le abbaia come a dire "ragazzina, non ci si comporta in questo modo!". Sembra redarguirla, in realtà ne ha timore. Così tanta irruenza in un corpicino così piccolo!

Poi c'è Zulù, il mio EROE, un molossetto pagliaccetto, davvero poco credibile nella sua serietà. Provo grande ammirazione per lui, così buffo e innamorato della sua famiglia. Quando lo vedo passare dentro la macchina dei suoi proprietari sembra uno sceriffo, convinto di concederci permessi e avvertimenti. Grazie Zulù! Grazie a te è tutto sotto controllo.

Poi, tornando verso casa, c'è il Lupo Cecoslovacco, (Mannaggia, non mi ricordo come si chiama), elegantissimo, le sue scapole in movimento quando cammina ammaliano tutti. Eppure i cani del vicinato ne sono intimoriti.

Lui fluttua elegante e se ne sbatte. "Plebei", penserà! Non uno sguardo, non un'annusata. Aran, porello, con la sua goffaggine si contorce e si sgola ogni volta, nel tentativo di comunicare con lui, il quale si allontana con indifferenza.

Sembra la protangista di "Sei un Mito" degli 883.


"Sei un mito sei, un mito per me Sono anni che ti vedo così irraggiungibile Sei un mito, sei un mito perché Tu per tutti noi sei la più bella ma impossibile"

Infine ci sono sono Freccia e Scheggia, inutile dire che le loro corse sfiancano il povero Mezzolabrador che, meravigliosamente ingenuo, si illude di poter stare al loro gioco correndo, ma finisce sempre per prendere le paglie di questi due e abbaiargli sconfortato a decine di metri da loro. Drammi quotidiani!


Le volte in cui gli incontri avvengono nel luogo giusto e nel momento giusto è davvero divertente osservare come si evolvano le relazioni tra loro. C'è chi cresce, chi viene operato, chi diventa più sicuro di sé e chi invecchia.

Ognuno nel tempo cambia, cambiando l'individuo cambia anche i suoi atteggiamenti nei confronti degli altri cani.

Sembra di vivere in una piccola comunità tra cani, oltre che tra paesani.


Mentre i cani giocano, i proprietari chiacchierano, e così ci conosciamo sempre di più.

Che lavoro fai? Come va con il moroso? Hai trovato il tecnico che cercavi?

Così via, sempre più intimi, fino a diventare veri e propri conoscenti, in alcuni casi anche amici.


Inizialmente non riuscivo a distinguere le chiacchiere dai pettegolezzi e dalle richieste di informazioni. In fin dei conti sono pur sempre una ex-cittadina!

Poi, col tempo, ho iniziato a capire e accettare il gioco e le sue regole.

Vivere in paese è così, siamo tutti parte di una comunità in cui c'è più scambio di informazioni, di gesti, di oggetti e di favori, rispetto alle comunità urbane.

Ognuno diventa quindi, un po' più parte di un insieme e di questo insieme ne conosce le sfumature. Chi non è incluso nel "gioco" difficilmente ne capirà il suo fluire.


So che chi vive in paese sta capendo di cosa parlo: il paesano non è sempre un amico, ma non è quasi mai un nemico. Non è un semplice vicino perché sa tutto di te, eppure non è un familiare. A un compaesano puoi chiedere ed offrire ogni genere di favore e lo fai con una naturalezza che alle volte supera quella dell'amicizia, altre volte magari non hai scelta.

Sui tuoi compaesani puoi sempre contare, perché, in qualche modo fanno parte della tua quotidianità.

Se c'è bisogno di parlare di qualcosa: sai a che ora trovare chi in che luogo, non hai bisogno del cellulare, anche perché nessuno lo utilizza come metodo più rapido per contattarsi tra compaesani.


Ceniga conta 73 nuclei familiari, di cui solo una parte vive in centro.

In questa via ne succedono di tutti i colori.

Stare fermi a guardare cosa può succedere qui in 12 ore è davvero folkloristico, soprattutto per una Newbie della campagna come me.

Puoi trovarci Simone che carica e scarica pianoforti da restaurare, sempre con l'aiuto di qualche amico, magari incontrato per caso nella via, mentre faceva manovra con il furgone. Passano le ApeCar, le quali possono essere cariche davvero di qualunque cosa: dai barili di vernice, alle olive appena raccolte. Un classico intramontabile è il cane di uno dei nostri compaesani che viaggia nel cassone dell'ApeCar. Se vedi il mezzo arrivare verso di te, vedrai il suo muso sporgere dal lato, come a controllare che il proprietario non sbagli strada.

Poi ci sono i personaggi che, con il tempo ho imparato a conoscere e, pur non avendo nulla a che fare con le mie abitudini ed i miei interessi, fanno in qualche modo parte della mia vita.


Da quando vivo qui, rispondendo al citofono, mi sono trovata in una quantità infinita di situazioni surreali. Potrei scrivere un libro solo sulle storie di chi citofona a Ceniga.


La nosta passeggiata è finita, torniamo verso casa, fiancheggiamo la chiesa, lasciamo passare le biciclette, i bambini che vanno verso lo ScuolaBus e improvvisamente vediamo per terra una pista di polpette sulla sinistra del vialetto di casa. Sono posizionate tutte lungo i muri, dove i cani alle volte si fermano a fare i bisogni prima di correre verso i campi.

Dall'inizio alla fine della via, sotto casa di tutti i cani, in concomitanza delle pipì. Aran punta immediatamente la prima, la annusa e sembra non interessargli. Molto strano! Pensiamo.

Ebbene si, le temute polpette per terra sono arrivate anche da noi. Non ci potevo credere. In realtà ancora oggi non ci posso credere.

Così arriviamo alla riflessione di cui parlavo ieri su Facebook: come è possibile che noi, così vicini e quasi conviventi, in una via così carina, dolce, collaborativa, ci pugnaliamo alle spalle.

Non è giusto, non mi piace uscire di casa e pensare che qualcuno intorno a me potrebbe essere un nemico, un rivale, qualcuno da cui coprirmi le spalle.

Come è possibile che qualcuno abbia voluto intimorire i proprietari dei cani.

Ok, siamo tutti d'accordo sul fatto che i bisogni dei cani nella via non sono belli da vedere e i proprietari che non raccolgono, a parere mio, sono parte del problema.


Se tutti raccogliessimo i bisogni dei nostri cani, questi pazzi tenterebbero più raramente di avvelenare i cani. Eppure questo ragionamento non è sufficiente per legittimare qualcuno ad intimidire in questo modo i propri vicini di casa, compaesani, concittadini.

Noi non siamo sconosciuti o individui che non si conoscono.

(Anche se lo fossimo, mettere polpette per terra, in concomitanza dei bisogni dei cani, è da cafone, anzi, è da stronzo). Ma qui siamo persone, storie, cani con un nome, siamo racconti, siamo facce oltre ai citofoni, siamo avvenimenti condivisi, siamo cesti della lotteria una volta vinti da me, una volta da te.


Spero davvero che questo fatto, alla fine, aiuti tutti: i proprietari che non raccolgono le cacche per strada e anche i potenziali intimidatori.

E comunque l'obiettivo dell'attentatore non è stato raggiunto: le polpette le ho trovate io, le ho portate subito all'Istituto di Zooprofilassi di Trento e nessun proprietario, oltre a me, si è spaventato.

Quindi auguro al furbo polpettatore di cambiare strategia e gliene consiglio una in particolare: suona al citofono di chi ti disturba con il suo cane, beviti un caffè con lui, parlane, dialoga, magari litigaci pure, ma non fare il cattivo, perché il cattivo diventa in un battibaleno il "matto", e nessuno ascolta davvero il matto del paese.


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di Claudia Negrisolo

Educatrice cinofila FICSS