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I RUMORI DELLA CITTA'

Aggiornato il: 9 feb 2018



Chi ero io una volta? Faccio veramente fatica a ricordarmi come vedevo il mondo prima di incontrare Aran, ma se ci penso è impressionante scoprire quanto siamo cambiati insieme. Certo, non è un cane qualunque: è un cane straordinario! Anzi, mi correggo: OGGI è un cane straordinario. Ma come è successo?


Una volta vivevamo in una casetta piccolina, in una città in cui facevamo fatica a relazionarci con la gente. Ci sentiavamo diversi. Come spesso accade nelle città, la gente non riusciva facilmente a ritagliarsi il tempo per sorridere lungo la strada. Noi cercavamo di regalare un sorriso a tutti, ci impegnavamo per non giudicare e non ci arrabbiavamo facilmente per quelle piccole scaramucce di città: " il semaforo è verde, parti!", " mi sei passato davanti alla cassa del supermercato", " lascia le impronte nel giroscala".

Siamo sempre stati socievoli e amanti delle chiacchiere con gli sconosciuti per la strada. Cosa c'è di meglio di un labrador sgangherato per strappare sorrisi? Nulla.

Ammettiamolo, un Labrador scoordinato e pacioccoso che ti cammina incontro non può che essere un fattore conciliante in un mondo pieno di stress. Ma a noi fortunelli capitò un labrador che si scagliava addosso alla gente abbaiando. Un labrador di cui tutti i vicini avevano paura. Nero, lunatico e per niente coccoloso.



Ottimo.

Eravamo in difficoltà con il mondo intorno a noi ed il nostro cane amplificava il disagio.


Ci sentivamo distrutti, non sapevamo più come uscire di casa.

Io, non lo nascondo, ogni tanto ero terrorizzata all'idea di dover attraversare la strada. Ogni macchina che arrivava, ogni bicicletta, ogni persona strana era una preoccupazione che lo spingeva a saltare addosso a tutti con l'intento di spaventare. Non sopportava che si entrasse nel suo spazio.


Viveva in una "bolla"invalicabile.

La "bolla" di Aran era delle dimensioni di un campo da pallavolo, questo rendeva abbastanza complesse le nostre passeggiate.


Elaboravamo tattiche per evitare gli insulti della gente.

"Esci prima tu e controlla che non ci sia nessuno in giro".

Simone usciva prima di me, da solo, come una spia del KGB.


Quando arrivava il momento opportuno ci chiamava e ci indicava la direzione da prendere.

Agli occhi di Aran dovevamo sembrare degli imbecilli: "non volete che la gente si avvicini? Nessun problema, gli abbaio io, così si allontanano".

E ci trovammo, senza accorgercene, invischiati in un circolo vizioso: Noi non volevamo che ci fosse gente .

Quelli che, per disattenzione, entravano nella nostra "bolla" venivano scacciati da lui a suon di abbai.

Noi ci riempivamo di ansie e Aran, ovviamente, le percepiva e si comportava di conseguenza.


Le distanze necessarie per il "quieto vivere" si ingigantivano e noi non riuscivamo a capirne il motivo. Ormai ogni bicicletta era un incubo.

"Il vostro cane è pericoloso", "Riportatelo al canile", " Vi state rovinando la vita".

Ormai la sua "bolla" era anche la nostra. Non volevamo più che la gente si avvicinasse a noi.


Certo, eravamo comunque socievoli, ma i sorrisi diventavano un po' più selezionati e per risposta anche la gente intorno a noi percepiva il nostro stress e si avvicinava sempre meno. Cosa percepiva Aran da questi atteggiamenti? "Le persone devono stare lontane, se si avvicinano gli abbaio e otterrò il mio solito risultato".

E abbaiava. Ogni giorno di più.


Ecco, spesso penso che in quel periodo sarei dovuta essere una guida affidabile per lui, avrei dovuto guidarlo in quel nuovo mondo con calma e consapevolezza. La mia socievolezza sarebbe potuta essere un punto di forza per tutti, soprattutto per lui.

Il mio ottimismo inguaribile avrebbe potuto insegnargli che anche se qualche volta la gente fa fatica a lasciarsi scappare una risata, insieme potevamo essere fautori di quel bel momento.


Un giorno ci siamo detti che ne avevamo abbastanza di vivere in quel modo.

Simone ed io abbiamo iniziato a leggere, abbiamo capito tante cose riguardo al mondo visto con gli occhi dei cani. Abbiamo cominciato a capire le difficoltà di Aran.

In quel periodo lo guardavamo molto, cercavamo di capire come prevedere gli abbai. Abbiamo imparato ad usare il guinzaglio come uno strumento che ci permettesse di comunicare con lui, invece che come una corda di cui noi eravamo solamente l'altro capo.

Inizialmente sembrava che lui non ci vedesse, che i nostri tentativi di comparire nel suo mondo fossero vani.

Giorno per giorno abbiamo imparato l'importanza della comunicazione non verbale, l'importanza della nostra presenza nel momento di difficoltà. Ci siamo impegnati per capire quali fossero le difficoltà che incontrava lungo la strada, i rumori che lo innervosivano, i dettagli che rischi di perdere se ti lasci prendere dall'ansia.


Abbiamo scoperto che non gli piaceva essere toccato dalla gente, odiava le ombre in movimento e i motori rumorosi dei camion, non gli piaceva il rumore delle tazzine al bar.


Se ogni volta che usciva di casa abbaiava, era perchè abitavamo in una zona piena di porticati e per lui, i portici, erano tunnel scuro, dove i rumori rimbombavano e le porte dei palazzi si aprivano e chiudevano freneticamente.

Allora lo abbiamo aiutato.

Prima abbiamo provato ad evitare le cose che lo infastidivano e poi, quando ci siamo accorti che stava meglio, lo abbiamo avvicinato di nuovo al mondo in maniera diversa.

Insieme.

Noi abbiamo scoperto lui e lui, piano piano, ha scoperto noi. Abbiamo imparato ad accettarci e a convivere in una vita che non sarà mai più la stessa.


Non si sente più da solo in un mondo complesso, ora siamo una squadra che accetta le stranezze della città e sa conviverci. Oggi siamo i suoi amici, ai suoi occhi siamo affidabili. Siamo quelli verso cui girarsi quando qualcosa lo preoccupa e cerca uno sguardo complice. Non è stato un percorso facile.


Prima di convincere lui, ho dovuto ricordare a me stessa che la gente intorno non era un problema. Ho dovuto imparare a sentirmi sicura in quel mondo esattamente come lui si sente sicuro nel bosco seguendo la traccia di una lepre.

Prima che lui si fidasse della mia opinione ne abbiamo combinate di tutti i colori e ci siamo fatti odiare da parecchi passanti.


Sono passati due anni, due anni complessi.

In questo tempo ho capito che le distanze, alla fine, disturbavano anche me, non solo lui. La città invece preoccupava lui, ma non ci stavo bene neanche io. Grazie a lui oggi sorrido molto di più.

Anche quando abbaia alle Ape-Car (le Ape-Car proprio non ci piacciono).

E ho scoperto che se sorrido, invece di spaventarmi e allontanarmi, spesso ricevo di ritorno un sorriso.

Perchè in fin dei conti, anche se non ce ne accorgevamo, Aran è davvero un Labrador coccoloso.

Oggi, se necessario, andiamo in città senza problemi, poi però andiamo a fare un bel giro nei vigneti, a scovare le tane delle bestioline di campagna.


Grazie a tutte le difficoltà di questi anni ho deciso di diventare educatrice cinofila e aiutare le persone intorno a me a mettersi in gioco e a divertirsi con il proprio cane.

Perchè Aran mi ha insegnato che vivere con il cane non significa solo uscire di casa 3 volte al giorno. Il cane è molto di più.

Il cane impara da te come comportarsi nel mondo.

Come vuoi che si comporti? Prova a mostrarglielo. Giorno per giorno. Divertiti con lui. Scherza insieme a lui.

Ha paura di qualcosa? Sii la sua guida, aiutalo a migliorarsi. Rivolgiti ad un esperto, non limitate la vostra vita senza provare a superare le difficoltà.

Aiutatevi a vivere nel migliore dei modi. Guardatevi allo specchio e miglioratevi.

Insieme.


La città può creare diverse difficoltà al cane. I rumori della strada, le diverse superfici da calpestare, le scale, le distanze ravvicinate con sconosciuti (sia cani che umani), le porte scorrevoli dei negozi, le urla dei bambini, gli skateboard ecc...Se hai problemi di questo tipo, contattaci! Ci siamo passati anche noi e ce la siamo cavata.


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di Claudia Negrisolo

Educatrice cinofila FICSS