di Claudia Negrisolo

Educatrice cinofila FICSS

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#ilmezzolabradorontheroad Dalle Dolomiti alla ricerca del Climate Change

Abbiamo percorso la Via Francigena a piedi, siamo arrivati a Roma il 29 ottobre 2018.

Mentre camminavamo sotto un sole cocente (troppo cocente per essere fine ottobre), riceviamo una telefonata dai miei genitori: "qui sta succedendo di tutto, speriamo non si scoperchi la casa".




Nell'ottobre 2018 abbiamo avuto la fortuna di poter staccare la spina per quasi un mese.

In realtà il nostro sogno era quello di spostarci verso la Spagna con il nostro furgone e viaggiare insieme ad Aran, senza meta.

Qualche giorno prima della partenza, mentre stavamo definendo il percorso da seguire, si è spento il furgone.

In mezzo ad una rotonda.

Si, in mezzo alla rotonda di Bolognano, vicini a casa, mentre Simo mi accompagnava al lavoro, verso l'ora di pranzo, sotto il sole cocente, in mezzo al traffico, si è spento il nostro furgone. E con lui si sono spenti anche i nostri sogni di vagabondaggio insieme al Mezzolabrador.

Come mi ricorda sempre Simone, (decisamente più razionale di me in questo genere di situazioni) "le avversità si affrontano marciando".

E così abbiamo deciso di chiedere ai miei genitori se gli fosse possibile accogliere in casa loro Aran per qualche settimana, mentre noi prendevamo per un attimo la vita con più calma del solito.


Siamo entrambi amanti del trekking, sufficientemente allenati per affrontare un tragitto di lunga percorrenza e così, quasi senza pensarci, abbiamo deciso di dirottare la nostra vacanza verso la Via Francigena.


La scelta di partire senza Aran non è stata una decisione facile, ma ci saremmo sentiti egoisti a farlo camminare lungo un sentiero alle volte molto trafficato, alle volte anche per 30 chilometri, senza sapere se avremmo trovato ombra, acqua e ospitalità notturna per lui.

Insomma, può sembrare egoistico, ma i miei genitori sono degli ottimi amici di Aran, il quale torna sempre un po' ingrassato dalle villeggiature a Baselga di Pinè (dove vivevano i miei genitori in quel periodo).

Per chi non lo sapesse, la Via Francigena è una lunga via di pellegrinaggio, un sentiero tracciato che parte dall'Inghilterra e raggiunge Roma. Non ci era possibile svolgere tutto il percorso.

Così abbiamo deciso di prendere un treno per Siena e poi un autobus per San Gimignano e abbiamo cominciato a camminare, camminare e ridere.

Abbiamo incontrato persone squisite, mangiato come solo in Toscana si riesce a fare, abbiamo riflettuto e letto libri. Tanti libri. Uno al giorno a testa.

Abbiamo salito montagne, attraversato province e regioni, laghi, boschi, città e paesini.

Un solo fattore era costante: il caldo. Un caldo impressionante per la stagione.

In provincia di Siena, verso il confine con il Lazio, salendo verso il paesino arroccato di Radicofani, la temperatura ha toccato i 30 gradi. Davvero insolito per la fine di ottobre.


Poi siamo arrivati a Roma, abbiamo mangiato e bevuto tutto ciò che potevamo mangiare e bere e mentre tornavamo alla nostra ultima stanza da letto, la nostra ultima notte da "pellegrini", abbiamo ricevuto una telefonata di mia mamma.


"Claudia, il cane ha paura, non l'ho mai visto così spaventato".

"Mamma, cosa succede?"

"Dal bosco arrivano rumori fortissimi, c'è un vento che non si è mai visto".

(NdR. mia mamma è nata e cresciuta sulle Dolomiti, a 1800m di altitudine sul livello del mare. E' la mia massima autorità in fatto di previsioni del tempo, raccolta di funghi, mirtilli e conoscenza degli alberi).


Noi avevamo il relax di chi è in cammino da settimane, non ci siamo fatti prendere dal panico. Le abbiamo dato due dritte su come comportarsi con Aran (il quale non si spaventa spesso per i rumori del bosco, anzi, per lui di solito sono interruttori che accendono la curiosità).

Mentre andavamo a dormire ci chiedevamo cosa potesse spaventarlo a tal punto da allarmare i miei genitori.


L'avremmo scoperto l'indomani aprendo i giornali, interrompendo di botto quell'euforia che si ha quando si raggiunge l'obiettivo del proprio viaggio a piedi.

(chi di voi ha fatto uno di questi viaggi sa sicuramente di cosa sto parlando).


Il maltempo aveva distrutto i nostri boschi. Come distrutti? Non c'erano più. Rasi al suolo, scomparsi, abbattuti.

Nella notte un "uragano" con venti fino a 200 chilometri all'ora aveva spazzato via la storia delle nostre montagne.

Si perché il bosco non è stabile, il bosco cresce con noi, il bosco è come il mare,: ogni giorno è diverso.


Inizialmente le notizie arrivavano a pezzi, non si capiva l'entità del disastro. Era come se ognuno raccontasse ciò che vedeva ma nessuno avesse ancora realizzato che tutti stavano raccontando storie simili.


La dimensione della devastazione non si sarebbe capita prima di qualche giorno.

Interi paesi senza elettricità anche per una settimana, alluvioni, smottamenti, terrore negli occhi della gente.

Gente che da sempre vive in zone rurali a stretto contatto con i fenomeni atmosferici. Gente che non si spaventa facilmente.




Siamo tornati subito a casa, ci siamo fatti raccontare da mia mamma e mio papà la situazione, la notte precedente, i rumori, il vento e tutto ciò che li ha colpiti.

Ora, ripensando a quel giorno, ci rendiamo conto che nella nostra vita c'è un prima e un dopo.

C'è un passato nel quale fuori dalla finestra vedevamo i boschi ed un presente con una radura calda e umida, che sembra più ventosa che mai.

Sempre lì. A ricordarmi che il bosco non c'è. Come una sedia vuota ad un tavolo. Come un amico che se ne va senza preavviso.


E quindi iniziamo a pensare alle nostre responsabilità, cominciamo a riflettere su quanto stiamo sottovalutando la situazione, quanto le nostre azioni abbiano conseguenze dirette o indirette sull'ecosistema di cui facciamo parte.


In quei giorni abbiamo raggiunto alcuni paesi isolati per dare una mano nella fase immediatamente successiva alla tempesta Vaia (così è stata chiamata la bufera), abbiamo ascoltato le parole della gente e abbiamo deciso che andava fatto qualcosa.


Quante realtà stanno vivendo cambiamenti radicali dati da fenomeni atmosferici a cui non si era abituati?

Quanti microclimi e quanti equilibri stanno cambiando in Italia negli ultimi anni, di fronte alle conseguenze del cambiamento climatico?

Possiamo davvero parlare di "crisi" oppure siamo inutilmente allarmisti?


Non è facile pensare di rispondere a tutte le domande che ci stiamo facendo. Si tratta di un argomento molto complesso ed in continua evoluzione, ma abbiamo deciso di provare a fare un po' di chiarezza parlando con chi ha visto cambiare flora, fauna ed equilibri della Natura che ci circonda.

Chi vive a stretto contatto con la Natura ha sempre qualcosa da raccontare e non vorrà parlarci di questione climatica globale o di negazionismo, bensì della propria terra, della propria esperienza, della propria storia.


Per questo motivo gireremo l'Italia parlando con chi vive il cambiamento sulla propria pelle e racconteremo questa avventura proprio qui, in una parte del blog dedicata interamente al progetto #ilmezzolabradorontheroad

Questa volta viaggeremo finalmente insieme ad Aran e vi racconteremo anche le dinamiche che nascono dall'idea di viaggiare a lungo con lui, nella speranza di poter aiutare chi partirà dopo di noi e ha dubbi su come affrontare questa esperienza insieme al cane.




Queste sono le storie che cerchiamo: i piccoli mondi di cui non parla nessuno, i piccoli mondi che non valgono meno dello scongelamento del Polo Nord o degli incendi in Siberia. Sono storie che non riempiono le pagine dei giornali, ma nascono giorno per giorno dall'incertezza dell'evolversi dei cambiamenti.


Perché il cambiamento climatico non è solo nei libri di scuola e nei telegiornali, ma è intorno a noi.

Intorno a noi che scriviamo sotto al sole, lì dove una volta c'era l'ombra di un bosco.


Se hai storie da raccontarci o conosci qualcuno che voglia condividere con noi la sua esperienza: scrivici!

Ascoltiamo volentieri chiunque desideri prendere parte al progetto.


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